sala Picasso
Durata spettacolo:
n.d.
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Nel 2003, alla New York University, è stato condotto un esperimento tratto dagli studi della docente di psicologia Ruvanee Vilhaueras, in cui veniva messo alla prova un campione di 675 individui americani socializzati come uomini bianchi, tra i 20 e i 65 anni. Veniva chiesto loro di affrontare un test sul Maschile. Un test per verificare quanto fossero uomini. È stato replicato, due anni dopo, all’Università degli Studi di Padova, sotto la supervisione del docente Giorgio Panezza, su 675 individui italiani. Io, noi, davanti a voi vorremmo replicare questo test con il vostro aiuto per capire chi è l'Uomo. Non saranno 675 uomini, leggermente meno, tipo 3. Basteranno. Siamo sempre bastati, in 3.
Gli individui socializzati come maschi, fin dalle prime fasi della loro vita, sono sottoposti a una coercizione normativa che li obbliga all'adesione a uno stereotipo di "vero uomo" rigido e circoscritto. Questo modello promuove selettivamente solo manifestazioni di forza e aggressività, mentre inibisce e stigmatizza qualsiasi espressione di vulnerabilità o sensibilità. Il lavoro affronta direttamente l'analisi di questo costrutto, non in termini quantitativi, consapevoli della pluralità non riassumibile delle espressioni del maschile contemporaneo, ma esaminando la qualità intrinsecamente tossica del contenuto emotivo imposto. Il termine “tossico”, introdotto negli anni ’80, è diventato oggetto di studi sociologici, articoli, saggi, programmi, fino a esondare nella cultura pop ed essere ormai integrato nell’orizzonte dell’immaginario collettivo. Ma cosa significa, realmente, “tossico”? In medicina, la tossicità di una sostanza dipende dal dosaggio — può essere un picco, oppure una somministrazione minima ma costante nel tempo. Il problema, quindi, non è ancora una volta quanto, ma cosa viene somministrato. Torniamo alla domanda iniziale: Che cos’è, per noi, il maschile? Cosa succederebbe se questa definizione esplodesse? Cosa resterebbe dell’identità di chi vi si riconosceva in maniera totalizzante? Cosa sarà, in futuro, la mascolinità?
Il soggetto scenico diviene l'uomo in quanto vittima di una definizione di mascolinità intesa come etichetta restrittiva, una "scatola" culturale i cui confini sono da indagare e superare. Il quesito drammaturgico centrale si concentra sulla potenziale esplosione di questo schema e su ciò che residuerebbe del concetto di maschile in un orizzonte post-stereotipico.
L'impianto drammaturgico si articola a partire dall'introduzione di un dispositivo narrativo algoritmico e ubiquo, un'Intelligenza Artificiale che, assumendo le vesti di entità demiurgica e osservatore privilegiato della contemporaneità, si erige a giudice diagnostico dell'attuale condizione umana. Questa figura, sintesi delle interfacce digitali che permeano il quotidiano, dichiara l'intento di condurre un test di rilevazione sull'identità maschile, al fine di decostruire e isolare l'essenza dell'individuo al di là delle sovrastrutture di genere.
regia
Valentina Spaletta Tavella
Riccardo Vicardi
con
Riccardo Livermore
Marco Rizzo
Riccardo Vicardi
dramaturg
Eliana Rotella
scenografia
Marina Conti
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